Eutanasia, un diritto di tutti i sofferenti?

Matteo Carletti

Fine vita, dolce morte, libertà, questi sono alcune delle espressioni con le quali comunemente si vuole indicare l’eutanasia. Il dibattito pubblico su questo delicatissimo tema è succube però del pensiero contemporaneo e dominante che vede la società come un insieme di individui indipendenti gli uni dagli altri, impregnati di quel soggettivismo che identifica nell’io l’unica fonte della verità. Non c’è questione nella quale non prevalga come “ultima ratio” il riconoscimento del soggetto inteso come sfera puramente emotiva: quello che sento, proprio perché io lo percepisco così, deve esistere assolutamente ed esclusivamente in quel modo. Anche il problema dell’eutanasia ruota attorno a questo dogma della post-modernità dove la scristianizzazione e l’irreligiosità sono le cifre distintive di una società che non sa più cogliere il tema della fede, dell’eterno ripiegata come è sull’ombelico del presente. Ma quando le cose del mondo crollano trascinano con se, ieri come oggi, l’uomo ad esse visceralmente attaccato. Se Dio muore allora tutto diventa permesso.

Stante queste premesse ragioniamo sull’eutanasia a cui oggi si attribuisce un altissimo valore collocandosi essa all’interno del principio di autodeterminazione, così caro al pensiero moderno. Per il semplice fatto che si desideri  fortemente una determinata condizione per se o per altri, uno Stato che si dica “moderno” deve automaticamente riconoscerne il valore e attuarne la realizzazione. Il rischio è che attraverso la legge sul testamento biologico, di cui anche il Parlamento italiano discute, diventi il cavallo di Troia per l’introduzione dell’eutanasia, mascherata e palese che sia: il consenso informato basterà a dare la  “dolce morte” in caso di grave infermità, SLA, stato vegetativo, ecc…. L’incapacità di sopportare il dolore fisico e emotivo diventa giustificazione all’eutanasia, ma chi può stabilire il grado di sopportabilità di  una sofferenza? Esistono i criteri oggettivi per circoscriverne i limiti o allargarne le possibilità? Di fatto è l’impossibilità di sopportare il dolore che deriva da una determinata condizione di malattia a determinare la domanda di eutanasia. Ma se il dolore così impossibile da sopportare fosse quello di una madre che ha perso un figlio o magari di un depresso cronico (che spesso giunge al suicidio) si combatterebbe ancora così accanitamente per la libertà di morire? Dato il principio di autodeterminazione e seguendone la logica non dovrebbe esistere discriminazione di fronte all’uno o all’altra sofferenza. Se uno è libero di determinarsi come vuole e se il suo dolore è così forte da impedirgli di vivere dovremmo accettare qualsiasi scelta senza interferire. Un po’ quello che sta accadendo per il matrimonio: misconoscendo il rapporto biologico uomo/donna e accettando in modo preminente solamente il rapporto sentimentale, diventa impossibile non estenderlo a chiunque ne faccia richiesta provando un sentimento.

Così anche nell’eutanasia dove, non esistendo un termometro che misuri il dolore, non possiamo riconoscere solo ad alcuni (malati fisici ad esempio) questo diritto e magari negarlo ad altri. La condizione che determina l’eutanasia non è, dunque, ciò che provoca quel dolore ma l’impossibilità di viverlo. È il triste caso, ad esempio, del giornalista e politico comunista Lucio Magri fondatore del Manifesto, che dopo la morte della moglie nel 2011 ha deciso di terminare al sua vita in Svizzera, presso una clinica per il suicidio assistito, all’età di settantanove anni senza che fosse presente alcuna malattia fisica. Il suo, come riportò La Repubblica del tempo, fu la scelta di una persona affetta da “una depressione incurabile”, ma (contraddizione in termini) “lucida e determinata fino alla fine”. In fondo la “dolce morte” potrebbe diventare il sollievo di tutti coloro che per qualsiasi motivo e senza distinzioni manifestassero l’impossibilità di vivere certe situazioni. Fintanto, però, che il mainstream pro-eutanasia farà leva su immagini di malati di SLA, indugiando su tubi per l’alimentazione, corsie d’ospedale o polmoni artificiali, pur nella loro tragica e pietosa realtà, l’opinione pubblica non si confronterà mai con il problema reale e con tutte le sue implicazioni etiche, filosofiche, giuridiche e pratiche prima ancora di quelle religiose. È difficile comprendere fino in fondo ciò che anima e spinge una persona a tentare il suicidio o a richiederne l’aiuto per poterlo realizzare, ma certamente possiamo dire con lo scomparso e indimenticabile Mario Palmaro che “togliersi la vita è un atto che comporta la negazione dell’essere. È l’affermazione che è meglio non vivere piuttosto che vivere. Imboccare questa strada significa contraddire un principio elementare dell’esistenza, secondo il quale tutto nell’uomo chiama la vita, e normalmente si fa di tutto per salvare una vita, entro i limiti del lecito”. È giusto domandarsi allora se per uno Stato sia più etico mettere in condizione i propri figli di scegliere come e quando morire o se tentare di aiutare le persone dandogli profonde  motivazioni per vivere. 

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